(nuovo)Partito comunista italiano: “Berlinguer complice della borghesia imperialista”

In morte di Enrico Berlinguer (1922-1984) complice della borghesia imperialista nella liquidazione dell’eredità della Resistenza, della sovranità nazionale del nostro paese (prima a favore della NATO e poi dell’UE), delle conquiste di civiltà e benessere strappate dalle masse popolari alla borghesia quando il movimento comunista nel mondo era forte.

Ricorre in questi giorni il trentacinquesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer (11 giugno 1984). I partiti borghesi e la sinistra borghese ne decantano le gesta di dirigente politico, di statista, di uomo. Le loro lodi sperticate a Berlinguer contrastano in modo eclatante con la denigrazione che gli stessi sistematicamente fanno dei primi paesi socialisti, dell’URSS di Lenin e di Stalin, dell’Internazionale Comunista, della Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse-tung. Lodi sperticate e denigrazione rabbiosa da parte della borghesia sono direttamente proporzionali a quanto il suo dominio è stato messo a repentaglio da un partito politico, da una rivoluzione o, trattandosi in questo caso di un dirigente politico, dal contributo da lui dato alla lotta per instaurare il socialismo. Le lodi dei partiti borghesi e della sinistra borghese a Berlinguer sono per noi un indizio per valutare la sua opera.

Vale per Enrico Berlinguer quello che vale per i “grandi uomini” del recente passato, di cui la borghesia e la sinistra borghese tessono le lodi ed esaltano i meriti: lo stato attuale delle cose è il risultato della loro opera e su di esso la loro opera va valutata. Che il risultato è la misura del valore delle idee e delle attività degli individui e dei movimenti, è un criterio basilare del materialismo dialettico e di ogni scienza. Che la storia che abbiamo alle spalle è storia della lotta tra classi è uno dei principi del materialismo storico. Di quale delle due classi fondamentali della società borghese, i capitalisti e i proletari, ha servito gli interessi? Questo noi comunisti ci domandiamo di ognuno degli uomini che hanno avuto un ruolo rilevante nella storia che abbiamo alle spalle.

Enrico Berlinguer, rampollo di una famiglia di grandi avvocati di Sassari e di banchieri romani, fa parte (come Giorgio Napolitano, classe 1925 e rampollo di una famiglia di grandi avvocati di Napoli) di quella schiera di giovani figli delle classi dominanti che la sconfitta del fascismo e la vittoria dell’Unione Sovietica e della Resistenza attirarono verso il trionfante movimento comunista e che Palmiro Togliatti, invece di metterli al servizio della rivoluzione socialista, già nell’autunno del 1944 cooptò in gran numero nel gruppo dirigente del PCI via via selezionandoli perché sostituissero e accantonassero i comunisti che avevano animato la lotta contro il fascismo e fatto la Resistenza ma non collaboravano efficacemente all’integrazione del PCI e del movimento comunista cosciente e organizzato nel regime politico e sociale della Repubblica Pontificia, il regime della borghesia, del clero e della malavita organizzata che, protetto dagli imperialisti USA, prendeva il posto del fascismo.

Tradimento di Togliatti? I comunisti non ragionano così. In ogni movimento rivoluzionario germogliano anche alcuni traditori, anche tra i dirigenti. È una manifestazione inevitabile della lotta di classe, è la manifestazione dell’influenza che la classe dominante esercita nelle file del movimento rivoluzionario (che, a sua volta, esercita la sua influenza nelle file delle classi nemiche: i loro rampolli che premevano alle porte del PCI erano un risultato di questa influenza). E un movimento rivoluzionario si misura anche dalla sua capacità di isolare ed eliminare i traditori e i fautori di deviazioni: in sintesi, di contenere l’influenza della classe dominante nelle sue file ed elevare la propria comprensione delle condizioni della lotta di classe. La lezione che noi tiriamo e che dobbiamo tirare è che la parte del PCI più sinceramente dedita alla rivoluzione socialista, la sinistra del Partito, non aveva raggiunto delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe una comprensione tanto avanzata quanto necessario per isolare la destra e condurre le masse popolari all’instaurazione del socialismo. Tutti quelli che lottano per la rinascita del movimento comunista devono trarre questa lezione e mettere in chiaro quali furono i limiti e gli errori della sinistra, per tracciare la linea che dobbiamo seguire.

È all’esposizione di essi che è dedicata una parte importante del nostro Manifesto Programma e, in particolare, l’opuscolo I quattro temi principali da discutere nel movimento comunista internazionale e l’articolo Pietro Secchia e due lezioni in La Voce n. 26, luglio 2007. È grazie a questa condotta che il movimento comunista rinasce più forte dopo ogni sconfitta.

Alla morte di Togliatti (21 agosto 1964) Berlinguer è già uno dei massimi dirigenti del PCI: da subito affiancherà il nuovo segretario Luigi Longo eletto in nome della tradizione di lotta antifascista e comunista con la quale i revisionisti dovevano mantenere e ostentare il legame perché era grazie ad essa che sfruttavano il consenso e il sostegno delle masse popolari. Berlinguer diventerà vice-segretario unico di Longo (fisicamente malandato) al Congresso di Bologna del febbraio 1969 e lo sostituirà anche ufficialmente come segretario nel congresso del marzo 1972 (Longo verrà nominato presidente del PCI). Egli ha quindi condiviso e poi promosso tutte le decisioni che hanno portato il PCI di successo elettorale in successo elettorale (più le masse popolari si rivoltavano contro la borghesia imperialista politicamente impersonata dalla DC, più numerose votavano PCI)

  1. prima alla trasformazione in un partito interamente dominato dai revisionisti moderni (che professavano fede nell’instaurazione del socialismo, ma la relegavano in un lontano e nebuloso futuro) che faceva leva sulle conquiste economiche per distrarre le masse popolari dalla lotta per il potere (nei primi decenni dopo la sconfitta del nazifascismo la congiuntura economica e la forza del movimento comunista nel mondo erano tali che la borghesia cedeva quello che si sarebbe ripresa a tempo debito);
  2. poi alla trasformazione nel partito della sinistra borghese (il suo obiettivo era ed è governare nell’ambito del capitalismo perorando un corso delle cose favorevole alle masse popolari): la concertazione con governo e capitalisti e la compatibilità delle richieste sindacali con i profitti dei capitalisti sostituirono la lotta economica (“volta dell’EUR”, 1978);
  3. infine alla trasformazione nel partito che, in combutta e in alternanza (le Larghe Intese) con l’aggregazione raccolta da Berlusconi, ha imposto negli ultimi quaranta anni (1978-2018) il “programma comune” della borghesia imperialista.
    Ma come in Russia la borghesia ha impiegato più di trent’anni (1956-1991) di successive misure corrosive del socialismo per portare al crollo l’Unione Sovietica nel 1991, in Italia essa ha impiegato più di quarant’anni di subdoli attacchi agli interessi delle masse popolari e si è giovata dell’esaurimento della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976) per portare il PCI alla dissoluzione nel 1989 sotto la direzione di Achille Occhetto (cooptato da Berlinguer, auspice Armando Cossutta, nel Comitato Centrale del PCI nell’ottobre 1966).
    Molte sono le misure antipopolari che la Repubblica Pontificia ha potuto adottare solo grazie alla acquiescenza e all’avallo per lo più taciti e occulti del gruppo dirigente del PCI: dal blocco dell’epurazione dell’Amministrazione Pubblica e della Magistratura dai fascisti nel 1945, alla negazione del potere legislativo della Costituente nel 1946, al rifiuto del cambio della moneta dopo la guerra, alla distinzione nel 1948 delle norme della Costituzione in precettive (senz’altro in vigore) e programmatiche (che entravano in vigore solo previe apposite leggi che o non vennero mai fatte o vennero fatte quando alla borghesia e al Vaticano convenivano), alla piena sottomissione all’occupazione degli imperialisti USA camuffata da NATO nel 1949, alla trasformazione della scuola pubblica intellettualmente e moralmente formativa in scuola di mestiere (una trasformazione alla quale presiedette un altro rampollo della famiglia Berlinguer, Giovanni), all’adozione della tortura nella lotta contro le Brigate Rosse, le OCC e la diffusa insorgenza popolare degli anni ’70 (in proposito rimandiamo all’opuscolo Cristoforo Colombo), alla liquidazione del settore pubblico dell’economia, alla devoluzione della sovranità nazionale all’UE, organo dei gruppi imperialisti europei e altre ancora.
    Di esse di gran lunga quella di maggiore attualità fu “il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”, attuato alla chetichella, con il tacito consenso di Enrico Berlinguer e dei suoi complici, nella primavera del 1981 con uno scambio di lettere d’intesa tra il Ministro del Tesoro (Beniamino Andreatta) e il Governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), eludendo ogni dibattito e pubblicità. Con questa operazione lo Stato italiano rinunciò al potere sovrano di emettere moneta e affidò la propria politica economica al beneplacito del sistema dei gruppi finanziari italiani e stranieri. Grazie a questo accordo, lo Stato italiano si mise nella condizione di far fronte a ogni richiesta dei sindacati e delle forze politiche con la semplice ragione che il sistema finanziario non avrebbe accettato di prestare i soldi per eseguirla. Da allora data la crescita costante del Debito Pubblico verso i gruppi di investitori e di speculatori che costituiscono il sistema finanziario (essi trascinano al loro seguito e all’occasione spennano i risparmiatori). Il Debito nel febbraio 2018 era giunto a 2.264.855 miliardi di euro, più del 135% del PIL e nelle condizioni attuali non può che aumentare. Finché sarà nelle mani di forze sottomesse ai gruppi finanziari, lo Stato italiano dovrà spremere ogni anno alla popolazione i soldi necessari a pagare gli interessi e a rinnovare, alle condizioni dettate da essi, le rate in scadenza. La Banca Centrale Europea e la Commissione Europea sono dall’inizio del secolo corrente diventate a vario titolo intermediarie tra lo Stato italiano e i gruppi del sistema finanziario italiano e internazionale e governano la vita economica del paese. È a questo ordinamento che fa riferimento il dibattito di questi giorni sui minibot e su altri propositi di creare una moneta parallela all’euro, di “consolidare” il Debito Pubblico (eliminare cioè l’impegno a restituire le rate in scadenza e limitarsi a pagare un interesse annuo sui titoli del Debito), di riprendere per altre vie la sovranità nazionale sulle spese e gli investimenti pubblici.

L’anniversario della morte di Enrico Berlinguer si presta quindi a fare il bilancio della storia del movimento comunista italiano e a trattare delle lezioni che i comunisti devono trarne per farla finita con il catastrofico corso delle cose. La breccia aperta nel sistema politico della Repubblica Pontificia dalle elezioni nazionali del 4 marzo 2018 e allargata dalle elezioni europee del 26 maggio scorso è un contesto favorevole per la rinascita del movimento comunista. Sta a noi comunisti approfittarne: raccogliere nuove forze tra quanti già aspirano a diventare comunisti e promuovere in ogni azienda e quartiere la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori avanzati, la condizione per imporre un governo d’emergenza, quello che chiamiamo Governo di Blocco Popolare: un governo dotato della volontà e della forza per avviare nel nostro paese un nuovo corso delle cose e contribuire alla nuova ondata della rivoluzione proletaria di cui tutto il mondo ha bisogno!

La forza dei traditori e dei fautori di deviazioni sta principalmente nell’arretratezza della nostra comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe!

Vincere è possibile! Dipende principalmente da noi!

(Nuovo)Partito Comunista Italiano