Natale 2012: Stalin si incarnò in Pizzarotti

Natale 2012.

Il sindaco Pizzarotti si era insediato da pochi mesi, la rivoluzione appena terminata.

In mezzo a piazza Garibaldi installò un albero di Natale completamente spoglio, che si illuminava solo se i cittadini pedalavano altrimenti restava buio. Educava il popolo con un messaggio sociale e ambientalista: “Il nostro Comune ha 850 milioni di euro di debiti, dobbiamo ripartire, ognuno si rimbocchi le maniche… vuoi le palline luccicanti? Pedala!”

Nessuna simbologia religiosa, nessuna decorazione, nessun consumismo, solo pauperismo, popolo, laicismo.

Quel manufatto sfregiò a tal punto il comune sentire della Parma borghese, che i social e i giornali furono inondati di post e lettere di indignazione, come mai si era verificato in precedenza, mi confessò un giornalista della Gazzetta di Parma.

I bambini sconcertati si misero fin a piangere davanti a quell’ammasso di plastica spento. Le notti di Natale, nelle quali la famiglia felice formata da mamma e papà, figli, nonni e zii si ritrovava a tavola sotto il bagliore delle candeline, non c’erano più. Non c’erano più Gesù bambino, Giuseppe e Maria, la grotta, la mangiatoia, i Re Magi, i pastori, le pecore e gli agnelli, il bue e l’asinello, gli angeli che cantano Gloria in excelsis Deo. Non c’era più neppure la stella cometa. A indicare la via c’era solo la stella rossa della Rivoluzione.

Stalin si era incarnato in Pizzarotti.

Tra quelli che lo avevano capito tanti speravano nel mondo nuovo, altri temevano che il Duomo di Parma avesse le ore contate e gli toccasse la stessa sorte della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, la più grande chiesa ortodossa mai realizzata, che Stalin fece saltare per aria con la dinamite per costruire al suo posto un grandioso monumento al Socialismo: il Palazzo dei Soviet. La struttura, rimasta incompiuta, avrebbe dovuto diventare l’edificio più alto del mondo elevandosi in cielo per quattrocento metri con un’avveniristica forma a gradini che sarebbe culminata con una statua di Lenin di cento metri.

Girava voce addirittura dell’imminente emissione di un’ordinanza sindacale che istituisse l’ateismo non di Stato, ma quantomeno comunale.

Ma Pizzarotti ci mette poco ad abbandonare la via rivoluzionaria e a tornare, già l’anno successivo, agli alberi di Natale con le ghirlande, le luci intermittenti, le stelle argentate. E con loro tornano la conservazione, la reazione, il trotskismo.

Oggi i bambini non piangono più sotto l’albero, le famiglie sono di nuovo felici e accolgono il ritorno dell’abete con lo stesso entusiasmo con cui l’Italia fascista di Mussolini accolse Trotsky come uno statista internazionale, pubblicando i suoi articoli contro Stalin sui giornali del regime, mentre Gramsci lo bollava come la ‘puttana del fascismo’.

Quest’anno, poi, l’albero è addobbato con ogni ben di Dio, pensierini della sera, candeline dell’Ikea profumatissime. Sotto non ci sono le renne ma cagnolini con cui fare tanti selfie acchiappa like.

La rivoluzione è finita… anzi no, essa è permanente, e quindi ne è in corso un’altra.

Oggi è il tempo della rivoluzione del nuovo partito liberal progressista dei sindaci di “Italia in Comune” al grido di “Il Pd è irriformabile! Va sfasciato!”

Accipicchia!

Andrea Marsiletti