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“Quando noi miglioristi del PCI eravamo nelle liste di proscrizione”

Sulla scia dell’elezione di Giorgio Napoletano, Alice raccoglie le opinioni degli allora riformisti del PCI di Parma: da Costantino a Mazzoni, da Pinardi a Sicuri... quelli erano tempi duri, e “migliorista” nella Fgci un insulto.

(alicenonlosa.it n.190 del 16/05/2006)

 

Tra noi giovani della Fgci, ‘migliorista’ era quasi un insulto. Ma va detto che neppure tra i grandi, la pattuglia dei ‘destri’ riscuoteva troppe simpatie. Il craxismo era allo zenit, e nel Pci si oscillava tra un berlinguerismo declinante e le prime incerte avvisaglie della svolta. In quel clima, ogni apertura strategica verso i cugini del Garofano era vista con diffidenza, e poteva costare pesanti accuse di collaborazionismo. In cima alla lista dei sospetti, comunque, c’erano quasi sempre loro: i riformisti.

Della corrente riformista (anche se il termine ‘corrente’ era espressamente vietato), Giorgio Napolitano era il padre nobile. A noi figicitotti, quel gruppo sospeso tra ortodossia e pragmatismo, appariva un po’ come il santuario del compromesso, della resa all’ideologia dominante. Persino il nomignolo affibbiato a chi ne faceva parte, tradiva un sentimento molto vicino alla derisione.

Oggi però Giorgio Napolitano, il ‘migliorista’ con la ‘M’ maiuscola, sale al Quirinale e passa alla storia come il primo Presidente della Repubblica Italiana nato e cresciuto nell’orbita del Partito Comunista. Niente male per uno che si trovava eternamente in minoranza, in un partito eternamente all’opposizione.

E i ‘miglioristi’ di allora, cosa dicono in proposito? Per saperlo, è bastato un giro di telefonate.

La prima a rispondere, verso l’una, è Emilia Caronna. Che non risparmia le provocazioni, nel suo stile: «Sono contenta soprattutto per un motivo: Napolitano è stato sempre coerente alla sua idea riformista. Tanti altri, nel Partito, si sono schierati a seconda di come tirava l’aria, per convenienza personale. Lui no. Ha portato avanti le proprie idee con tenacia e profondo senso delle istituzioni. Da questa vicenda, però, esce bene anche D’Alema. Ha dato una lezione di eleganza a tutti».

E i cooperatori, da sempre vicini all’area riformista? Antonio Costantino non usa giri di parole: «Sono molto felice, ma non vorrei che si dimenticassero alcune cose. Quando nacque la corrente ‘migliorista’ ero funzionario della Cgil. L’aver condiviso la filosofia del riformismo, l’essermi schierato, è stato per me come un marchio a fuoco. C’erano libri neri e liste di persone indesiderabili che sono state allontanate dai loro incarichi. Oggi, con grande soddisfazione, mi sento di dire che avevamo ragione noi. Se ne sono accorti anche i non-miglioristi? Meglio tardi che mai».

Luciano Mazzoni sottolinea «La statura del personaggio ed il suo profilo istituzionale», ricorda la sua «lungimirante e coerente azione politica. A dimostrazione del fatto che anche le minoranze, se dotate di ‘vision’, possono concorrere a determinare i grandi processi: una lezione per i nostri tempi, in cui prevale un esagerato protagonismo ed il massimalismo maggioritario. In ogni campo».

Nel pomeriggio raggiungo anche Max Pinardi: «Da migliorista non pentito e in servizio permanente, non posso che rallegrarmi – dice. - Napolitano è stato il miglior interprete di una stagione politica che ha visto il più grande partito comunista occidentale impegnato in un deciso processo di trasformazione socialdemocratica. Chi nel Pci avversava quella trasformazione, oggi deve riconoscerlo. L’elezione premia il ruolo che ha avuto Napolitano, e chiude una fase storica caratterizzata da una discriminazione che non ha più ragione di esistere».

Luigi Gandolfi è stato il capo-redattore dell’edizione locale dell’Unità. «Abbiamo eletto al Quirinale uno degli esponenti più significativi della storia politica italiana del secondo Novecento – dichiara. Un uomo che ha contribuito a fare dell’Italia un paese democratico, europeo e occidentale. Chi ha seguito con partecipazione il suo percorso, come me oggi è molto, molto contento».

Esulta anche Gianni Cugini: «Ho detto a mia moglie di togliere il caviale dal frigorifero. Stasera festeggiamo». Napolitano? «Incarna la tradizione liberal del comunismo italiano. Con il suo arrivo al Quirinale si legittima anche l’ultima componente tra quelle alla base della Costituzione: la marxista». Il neo-presidente, dice Cugini, è anche un amico di Parma. «Grande estimatore di Verdi. Nell’83, quando ero vice-sindaco mi chiese di accompagnarlo al Teatro Regio per assistere all’Otello. Successivamente accettò altri inviti all’opera: lo ricordo in particolare allo storico Rigoletto dell’87. Quello indimenticabile dei due bis. Tornò nel 2001, in occasione del Centenario Verdiano».

Renato Magnani esprime una valutazione «Molto positiva. Il mio vecchio capo-corrente assume un impegno di questo profilo, figuriamoci». Ma contesta l’aneddoto di Cugini: «Nell’83 venne a sentire la Tosca, non l’Otello. Cugini gli trovò il posto, ma era nel Palco Reale. Immaginatevi, nel Pci di allora, un dirigente comunista che siede nel Palco Reale. Ci furono forti malumori in Federazione, ma non successe nulla. L’incidente diplomatico fu evitato».

Ad avanzare qualche perplessità sul metodo è Beppe Massari: «Sono talmente soddisfatto per l’elezione di Napolitano – dice - che posso permettermi una critica sul modo in cui ci si è arrivati. Era necessario raggiungere un’intesa più ampia. Ad ogni modo, sento un grande orgoglio e un’intima soddisfazione per il lungo cammino svolto dal Pci: un partito che ha avuto sin dall’inizio, anche se con ritardi, limiti e chiusure, un chiaro ruolo riformista».

Secondo Fiorenzo Sicuri, l’elezione di Giorgio Napolitano ha molteplici significati. «Anzitutto premia chi, nella sinistra, ha saputo comprendere l’evoluzione della società. In secondo luogo, dimostra che chi proviene dal Pci può essere un valido garante delle istituzioni. Terzo, premia le qualità dell’uomo: equilibrio, razionalità, attenzione alle trasformazioni in atto, capacità di interpretarle. Sarà un buon Presidente». Chiedo un aneddoto anche a lui. «Al congresso di Rimini, quando nacque il Pds – racconta Sicuri - i delegati dell’area riformista si riunirono in una specie di hangar poco illuminato, senza tavoli né sedie. Napolitano, per farsi sentire, parlò da una cassetta di legno. Ma era a disagio. “Stando quassù non vorrei darvi l’impressione di essere un barricadero”, ci disse».

Mino Bruschi , due mandati da capogruppo del Centrosinistra a Montechiarugolo, è un altro tra i ‘dissidenti’ storici del Pci parmigiano: «Sento Napolitano molto vicino. Da sempre. È un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica, al di là del proprio tornaconto e persino del tornaconto del proprio partito. Ha scelto di restare a lungo in minoranza, svolgendo un lavoro prezioso per traghettare il Partito verso il socialismo europeo. L’ha fatto con coerenza e gradualità, senza nessuno strappo. Nel 2001 Fassino dovette ammettere: “Napolitano ha avuto ragione prima di tutti noi”. Come Capo dello Stato sono certo che riserverà grandi sorprese: sia all’attuale maggioranza, sia alla minoranza che non l’ha votato. Perché sarà un Presidente davvero sopra le parti».

Per concludere il mio sondaggio, ho fatto uno squillo al 30x30 Paolo Mori, che all’epoca era forse il più giovane migliorista d’Italia. Paolo si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «La mente torna alle serate nella sede della Fgci, alle discussioni tra compagni duri e puri e noi giovani riformisti. A quel tempo i cosiddetti ‘miglioristi’ si potevano contare sulle dita di una mano e non si può certo affermare che fossero popolari all'interno del gruppo» Poi cita un particolare sacrilego: «Nella bacheca potevi tranquillamente trovare la foto di Napolitano, assieme a quella di Craxi e Andreotti, utilizzata come bersaglio per il tiro delle freccette. L’elezione di oggi è una piccola rivincita personale. Auguri Presidente».

 

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