Unità del Pd? Spesso la vera scelta non è con chi, ma senza chi (di Andrea Marsiletti)

Qualche giorno fa è stato reso pubblico l’appello di più di 500 sindaci a sostegno della candidatura di Marco Minniti a segretario nazionale del Pd.

Minniti è probabilmente la figura più credibile oggi a disposizione dei democratici, essendosi saputo conquistare un rispetto diffuso quando, da Ministro degli Interni del Governo Gentiloni, gestì con pragmatismo ed efficacia il problema dell’immigrazione.

Ma nell’appello non c’è alcun riferimento all’operato di Minniti. Esso è taciuto, quasi fosse qualcosa da omettere e non un merito.

Per i 500 sindaci la qualità di Minniti è quella di “sapere unire”. Si legge: “Crediamo che Marco Minniti, figura dal netto profilo democratico e unitario, potrebbe essere la figura giusta per guidare il nostro partito. Nel suo percorso Marco ha sempre dimostrato grande capacità unitaria all’interno della sinistra. […]. Per questo crediamo che la sua candidatura possa essere una base di partenza per un congresso del Pd con una forte tensione unitaria.

Va bene che per i democratici “unità” è assurta a parola magica, ripetuta a pappagallo in ogni occasione, ma, suvvia, Minniti unitario? In che film? Pochi ministri hanno diviso i militanti del centrosinistra più di Minniti. Le politiche del suo predecessore Alfano furono di gran lunga più condivise.

In realtà l’unità non può essere un valore in sè, ed è forse l’ultimo dei problemi del Pd. Anzi, è la velleità di tenere insieme chi voleva abrogare l’articolo 18 e chi manifestava in sua difesa, chi fa il tifo per le Ong e chi fa accordi con le milizie libiche, che annacqua fino a spegnerli l’identità e gli obiettivi di un partito. Perchè i voti non si raccolgono riassemblando pezzi di ceto politico ma compiendo delle scelte e assumendo una linea univoca e comprensibile sulle questioni che interessano i cittadini.

Nei partiti che oggi raccolgono grandi consensi (Lega e M5S) non c’è alcuno spazio per il dissenso delle minoranze. Il Pd raggiunse il massimo del suo consenso (40%) quando Renzi si presentò come “il rottamatore”, non come “il profilo unitario”. Nello stesso PCI vigeva il centralismo democratico per il quale, una volta discussa e votata una decisione, tutti i membri devono sostenerla, senza distinguo, senza polemiche, né interne né tantomeno pubbliche. Lenin arrivò fin a teorizzare, oltre che a praticare, la regola che “un Partito epurandosi si rafforza”… poi i bolscevichi interpretarono le epurazioni in modo più estensivo del mero allontanamento dagli organismi del Partito, ma questo è un altro discorso…

Tra l’altro, il seguito degli “scissionisti” Fassina, Civati, Boldrini, Speranza, D’Alema si è rivelato nullo. Una volta usciti dal partito i dissidenti sono spariti dai riflettori dei media, e quando hanno deciso di mettersi in proprio sono evaporati nelle urne, perchè disistimati dall’elettorato come pochi altri in Italia.

Dovevano essere espulsi subito, senza consentirgli lo stillicidio quotidiano sui giornali delle polemiche contro la maggioranza.

Spesso la vera scelta non è con chi, ma senza chi.

La rissa continua, i veti incrociati, la paralisi sono stati i mali più profondi del Pd in questi anni e le principali cause del suo crollo di immagine e di credibilità, prima ancora della sua azione legislativa. La vera rivoluzione, quindi, vorrei dire la più vitale, a prescindere da chi vincerà le primarie, dovrebbe essere quella di dotarsi di un metodo che prevede gli insindacabili accettazione e adeguamento della minoranza alle decisioni della maggioranza. Senza eccezioni, senza appelli unitari, senza “volemose bene”, senza traumi. La democrazia non può funzionare in modo diverso.

L’alternativa è perpetuare nell’errore di mettere delle pezze, non volere scontentare nessuno, riuscendo così a scontentare tutti e a non rappresentare nessuno.

Andrea Marsiletti